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5. I rischi della pietà popolare
La Chiesa riconosce come suo autentico frutto tutto ciò che nasce da una fede pura basata sul Vangelo e sulla Tradizione. Talora nel cammino di fede dell'uomo si possono trovare delle devianze dal puro messaggio cristiano, e la pietà popolare spesso può incorrere in questo pericolo. «Non poche volte sono stati denunciati i limiti della religiosità popolare. Essi hanno origine da un certo semplicismo, fonte di varie deformazioni della religione, anzi di superstizioni. Si rimane al livello di manifestazioni culturali, senza che siano impegnate una vera adesione di fede e l'espressione di tale fede nel servizio del prossimo. Male orientata, la religiosità popolare può anche condurre alla formazione di sétte e mettere così in pericolo la vera comunità ecclesiale. Essa rischia ancora di essere manipolata sia da poteri politici sia da forze religiose estranee alla fede cristiana» (35). Talora la pietà popolare ha deviato i fedeli dalla verità teologica: «Vogliamo, inoltre, osservare come la liturgia dell'avvento, congiungendo l'attesa messianica e quella del glorioso ritorno di Cristo con l'ammirata memoria della Madre, presenti un felice equilibrio cultuale, che può essere assunto quale norma per impedire ogni tendenza a distaccare - come è accaduto talora in alcune forme di pietà popolare - il culto della Vergine dal suo necessario punto di riferimento, che è Cristo» (36). Si nota quindi che «la pietà popolare, pur essendo aperta e orientata alla trascendenza, può ridursi a essere domanda senza risposta, croce senza risurrezione, gestualità senza contenuti, memoria di pure emozioni, solidarietà senza comunione» (37).
6. Una pietà popolare purificata
La Chiesa di oggi pone la sua attenzione nella valorizzazione dell'uomo e delle sue forme espressive. Soprattutto dà valore alle varie religiosità insite in ogni cultura. Per questo, sente suo compito evangelizzare la religiosità dell'uomo, purificandola da tutto ciò che non è consono al suo messaggio: «L'evangelizzazione non mira in alcun modo al soffocamento delle manifestazioni della "pietà popolare", ma soltanto alla sua purificazione, che ne metta in evidenza gli aspetti positivi, quali il profondo senso della trascendenza, la fiducia illimitata in Dio provvidente, la "via del cuore" nella percezione di Dio, l'esperienza del mistero della croce nella sua drammaticità, ma anche nella sua valenza salvifica, la confidenza filiale nella Madonna, il senso tipicamente cattolico dell'intercessione dei santi. Al contempo ne qualifichi la gestualità e il riferimento alla natura, impedendo che diventi "l'alternativa dei poveri" alla liturgia»(38). Senza dimenticare che «In relazione ai suoi contenuti e alle sue manifestazioni, si avverte anzitutto la necessità di evangelizzare la "religiosità popolare", vale a dire di porla in contatto fecondo con la luce e la forza del Vangelo. La "religiosità popolare", considerata con amore e purificata dalle sue scorie, migliorata nelle sue manifestazioni là dove esse appaiono imperfette o lacunose, ed orientata verso un agire autenticamente cristiano, diverrà essa pure un'espressione genuina di culto a Dio in spirito e verità (cf. Gv 4,24)» (39). Per questo motivo è necessaria: «una catechesi intelligente, che trae vantaggio dai meriti di una religiosità popolare autentica e, allo stesso tempo, capace di discernimento. Una liturgia viva e adeguata è chiamata ugualmente a svolgere un grande ruolo nell'integrazione di una fede molto pura e delle forme tradizionali della vita religiosa dei popoli» (40). La pietà popolare ha una sua capacità educativa, che se ben guidata e purificata, può dar frutto nella pastorale della chiesa. «Altri hanno accennato alle possibilità educative delle esperienze e delle manifestazioni di religione o pietà popolare. Alcuni popoli evangelizzati sono estremamente fedeli alle loro tradizioni religiose attraverso forme di espressione che corrispondono alla loro propria cultura. Ma questa fedeltà ha bisogno di essere fortificata da una catechesi adeguata per resistere all'impatto dei vari fattori di secolarizzazione. Questa catechesi dei "christifideles", dei credenti membri del popolo di Dio, può poggiare sui pellegrinaggi, le visite a certi santuari, le processioni, le varie forme di devozione, i raduni di massa, ecc., soprattutto se esiste una buona preparazione e se la formazione data viene continuata ulteriormente. In questo modo, l'educazione della fede è considerata non più come una semplice trasmissione di concetti intellettuali da parte di elites "colte" a un popolo "ignorante", ma come uno scambio fruttuoso tra, da una parte, la saggezza e la memoria cristiana di un popolo e, dall'altra parte la dottrina presentata in maniera adeguata da operatori pastorali competenti»(41).
7. La pietà popolare e l'Anno Santo
L'anno santo è un tempo nel quale l'amore misericordioso di Dio vuol chiamare la sua Chiesa e l'umanità intera ad una più larga effusione di grazia per una conversione universale. «E' noto che il primo giubileo nella Chiesa risale al 1300. Lo proclamò Bonifacio VIII, con la Bolla Antiquorum habet del 22 febbraio 1300. Si può dire però che l'anno santo nacque sotto l'influsso, quasi sotto la spinta, della pietà popolare. Ne prepararono l'atto di nascita, da una parte, le indulgenze concesse ai crociati impegnati nella liberazione della terra santa; dall'altra, e più direttamente, i vari movimenti penitenziali sorti, soprattutto in Italia, dopo il 1260. "La sera del primo giorno del 1300 (così mons. Pio Paschini nella Enciclopedia cattolica vol. VI, col. 679) una moltitudine imponente di popolo si precipitò nella basilica di s. Pietro, con la convinzione di lucrare un'indulgenza straordinaria, ed il fenomeno si ripeté nei giorni seguenti. Si fece appello allora ad un'antica tradizione, secondo la quale l'anno centenario doveva ritenersi anno di perdono universale"» (42). Quindi alla base dell'Anno santo c'è la pietà popolare, l'intuito del popolo di Dio che darà significato e valore a questo Anno di grazia. «Questa stessa idea del pellegrinaggio si sviluppa dal XII al XIII secolo, arricchita dai nuovi motivi di religiosità e di pietà popolare che si diffondono in tutta l'Europa, imprimendo un più profondo contenuto a quell'antica idea che la chiesa aveva assunto dalla tradizione, comune anche ad altre religioni, del "pellegrinare per amor di Dio". Nasce così il giubileo, frutto di una maturazione dottrinale, biblica e teologica, che ha una sua prima pubblica manifestazione nel giubileo indetto, nel 1220, dal pontefice Onorio III per il pellegrinaggio alla tomba di s. Tommaso Becket, poi - come è noto - converge a Roma, alle basiliche di s. Pietro e di s. Paolo, nel grande movimento popolare e penitenziale dell'anno 1300, in un'ansia di perdono da Dio e di pace agli uomini, sancito dal nostro predecessore Bonifacio VIII e indirizzato al fine più alto: "per l'onore di Dio e per l'esaltazione della fede"» (43).
8. La pietà popolare nel dialogo ecumenico
Nei dialoghi ecumenici tra Cattolici, Protestanti, Ortodossi e mussulmani dal 1981 al 1991 troviamo che si parla di pietà popolare. Nel dialogo Cattolici - metodisti nel 1981 negli Stati Uniti si parla di pietà popolare come atteggiamento delle due Chiese di fronte all'eucarestia. Il termine è usato senza nessun problema o disprezzo «Pensiamo che la religiosità popolare delle due chiese consideri la presenza di Cristo da prospettive differenti. La maggior parte dei cattolici dà rilievo alla presenza di Cristo negli elementi eucaristici. La maggior parte dei metodisti uniti sottolinea la presenza di Cristo nella parola proclamata animata dallo Spirito santo. Un accordo sulla presenza dovrà tener conto realisticamente delle diverse inclinazioni a livello di pietà popolare e dei particolari accenti teologici da parte delle due chiese»(44). Nel dialogo Cattolici-luterani del 1984 in Germania Federale si rileva come nella pietà popolare del XVI sec. si sia diffusa una errata concezione teologica nei riguardi del sacrificio della messa: «Nel XVI secolo mancavano adeguate categorie sacramentali, e ciò ha generato nella pietà popolare equivoci sempre più grossolani e nella teologia teorie sul sacrificio della messa che da noi oggi devono essere considerate insufficienti»(45). Ancora nel 1988 ad Atlanta i Battisti e i cattolici parlano di pietà popolare: «I battisti devono cercare di capire non solo le ragioni bibliche e teologiche della dottrina e della devozione mariane, ma anche la loro importanza nella pietà popolare e nella pratica religiosa»(46). Nel dialogo internazionale Riformati-cattolici del 1991 si attribuisce ad una pietà popolare fondata su pratiche religiose una delle cause della crisi che ha portato alla rottura fra le due chiese nel tempo della Riforma (47). Infine nel rapporto Cristiani-mussulmani si riconosce un ricco tessuto di pietà popolare, non sempre omogeneo, presente nella religione islamica(48). Questa presenza del termine "pietà popolare" nel dialogo ecumenico testimonia che tutte le chiese riconoscono le espressioni di fede dei suoi membri come una realtà che nasce dell'uomo spontaneamente. Questa esperienza è comune a tutti, anche se può presentare delle difficoltà di interpretazione, o si nota la necessità di doverla purificare o guidare nella retta comprensione dell'unico Vangelo di Cristo.
Conclusione
Abbiamo dato un veloce sguardo al pensiero della Chiesa (almeno nei testi ufficiali) su ciò che riguarda la Pietà popolare. Certo è emerso che la Chiesa Cattolica tiene in grande considerazione tutto il bagaglio culturale e devozionale del popolo di Dio. Questa religiosità insita nell'uomo è espressione vera della sua fede, del suo modo di esprimere il suo rapporto con Dio. La Chiesa perciò ne ha notevole rispetto, ma ciò nonostante avverte la necessità di guidare e purificare i vari atteggiamenti di devozione popolare. Non sempre, infatti, la pietà esprime con purezza il vangelo, che è messaggio di libertà e liberazione dai condizionamenti del peccato e delle cose materiali. Talora certe forme di pietà esprimono atteggiamenti rituali o forme di religiosità magica di derivazione pagana, che legano l'uomo a pratiche esteriori e non alla pura fede che parte dal cuore. Perciò la Chiesa sente suo dovere evangelizzare la pietà popolare, cioè indirizzare l'atteggiamento religioso dell'uomo alla capacità di esprimere, nella sua semplicità e nella sua cultura, la vera fede evangelica. La pietà popolare è una realtà che si sta' riscoprendo nell'oggi della scienza e delle sue delusioni. E' la dimensione umana che né il progresso né i regimi hanno potuto sopprimere. E' anzitutto la sete di Dio che i semplici e i poveri hanno sempre portato avanti nella semplicità e nel nascondimento, e con essa hanno sostenuto la Chiesa nel suo cammino nella storia dei popoli. Liturgia del popolo, catechesi dei poveri, la pietà popolare ha mantenuto nei secoli la possibilità di dare all'uomo di ogni cultura la conoscenza dei misteri della fede. Anzi, attraverso di essa la stessa chiesa ha potuto conoscere come il "sensus fidei" sia una realtà sempre viva e presente nel popolo di Dio. Essa quindi va' valorizzata e seguita dagli operatori di pastorale perché possa sempre dare alla Chiesa e alle culture la novità del messaggio cristiano.
NOTE
1 Paolo VI definisce la pietà popolare come "religione del popolo": PAOLO VI, L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 8 dicembre 1975, EV 5, n. 1644. 2 COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Fede e inculturazione, 8 ottobre 1988, EV 11, n. 1397. 3 idem., n. 1397. 4 Documento di Puebla 1979, n. 448; cfr. Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 48., CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA n. 1676. 5 Cfr. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Fede e inculturazione, EV 11, n. 1353. 6 PAOLO VI, L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, EV 5, n.1644. 7 GIOVANNI PAOLO II, V Centenario dell'evangelizzazione del Nuovo Mondo, 29 giugno 1990, EV 12, n. 333. 8 GIOVANNI PAOLO II, La Catechesi nel nostro tempo, 16 ottobre 1979, EV 6, n. 1890. 9 "In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo": GS n. 22. 10 SINODO DEI VESCOVI, I compiti della famiglia cristiana, 24 ottobre 1980, EV 7, n. 794. 11 Cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO "COR UNUM", Disastri di lunga durata, dicembre 1981, EV 7, n. 1843. 12 GIOVANNI PAOLO II, Indizione del Giubileo, 6 gennaio 1983, EV 8, n. 500. 13 PAOLO VI, L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, EV 5, n. 1644. 14 CONGREGAZIONE PER L'EVANGELIZZAZIONE, I sacerdoti diocesani delle Chiese di missione, 1 ottobre 1989, EV 11, n. 2556. 15 SINODO DEI VESCOVI, Compiti della famiglia Cristiana, 24 ottobre 1980, EV 7, n.696. 16 LG n. 35. 17 CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Libertà cristiana e liberazione, 22 marzo 1986, EV 10, n. 222. 18 CEI, Evangelizzazione del mondo contemporaneo, 28 febbraio 1974, EC 2, nn. 1041-1043. 19 Cfr. SC n. 2. 20 Ibid., n. 11. 21 GIOVANNI PAOLO II, I compiti della famiglia cristiana, 22 novembre 1981, EV 7, n. 1713-1714. 22 GIOVANNI PAOLO II, Nel XXV anniversario della Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia, 4 dicembre 1988, EV 11, n. 1592. 23 COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, Il rinnovamento liturgico in Italia, 23 settembre 1983, EC 3, n.1541. 24 ASSEMBLEA SPECIALE PER L'EUROPA DEL SINODO DEI VESCOVI, Sommario, 10 novembre 1991, EVSupplementum (1988-1992), n. 227. 25 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Celebrazione dell'Anno Mariano, 3 aprile 1987, EV 10, n. 1503. 26 EPISCOPATO ITALIANO, Comunione e comunità missionaria, 29 giugno 1986, EC 4, n. 289. 27 GIOVANNI PAOLO II, Nel XXV anniversario della Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia, 4 dicembre 1988, EV 11, n. 1592. 28 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Celebrazione dell'Anno Mariano, 3 aprile 1987, EV 10, n. 1514-1516. 29 SINODO DEI VESCOVI, Vocazione e missione dei laici - proposizioni, 29 ottobre 1987, EV 10, n. 2180. 30 MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE E DEL PRESIDENTE DELLA CEI, IRC nelle scuole elementari, 4 maggio 1987, EC 4, n. 726. 31 COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, Il rinnovamento liturgico in Italia, 23 settembre 1983, EC 3, n. 1541. 32 EPISCOPATO ITALIANO, Sviluppo nella solidarietà - Chiesa italiana e mezzogiorno, 18 ottobre 1989, EV 4, n. 1961. 33 GIOVANNI PAOLO II, La catechesi nel nostro tempo, 16 ottobre 1979, EV 6, n. 1890. 34 PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI, Aetatis novae, 22 febbraio 1992, EVSupplementum (1988-1992), n. 308. 35 Ibid, n. 1401. 36 PAOLO VI, Il culto mariano, 2 febbraio 1974, EV 5, n. 23. 37 EPISCOPATO ITALIANO, Sviluppo nella solidarietà - Chiesa italiana e mezzogiorno, 18 ottobre 1989, EV 4, n. 1962. 38 EPISCOPATO ITALIANO, Sviluppo nella solidarietà - Chiesa italiana e mezzogiorno, 18 ottobre 1989, EV 4, n. 1962. 39 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Celebrazione dell'Anno Mariano, 3 aprile 1987, EV 10, n. 1513. 40 COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Fede e inculturazione, 8 ottobre 1988, EV 11, n. 1402. 41 PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI, La formazione dei laici, 3 ottobre 1978, EV 6, n. 1050. 42 CEI, L'Anno Santo, 1 novembre 1973, EC 2, n. 647. 43 PAOLO VI, Indizione dell'Anno Santo 1975, 23 maggio 1974, EV 5, n. 491. 44 Cfr. CATTOLICI- METODISTI, L'Eucarestia e le Chiese, rapporto, EO 2, n. 2975-2976. 45 CATTOLICI-LUTERANI, Comunione ecclesiale nella Parola e nel Sacramento, EO 2, n. 1358. 46 BATTISTI-CATTOLICI, Testimoniare Cristo oggi, 23 luglio 1988, EOSupplementum (1984-1992), n. 57. 47 Cfr. DIALOGO INTERNAZIONALE RIFORMATI-CATTOLICI, Una comprensione comune della Chiesa, EOSupplementum (1984-1992), n. 34. 48 Cfr. CEC, SOTTO-UNITA' PER IL DIALOGO CON PERSONE DI FEDI DIVERSE, Cristiani e mussulmani, Ginevra 1991, EOSupplementum (1984-1992), n. 1683.
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