LA "PIENA DI GRAZIA", SERVA DEL SIGNORE,
MODELLO DELL'UMANITÀ RESA PARTECIPE DELLA BELLEZZA DIVINA

P. Vincenzo Battaglia ofm
Presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale

La riflessione che presento alla vostra cortese attenzione, illustri e graditi ospiti di questa undicesima seduta pubblica delle Accademie Pontificie, vuole suggerire alcuni motivi per ammirare la sublime bellezza della Vergine Maria, specchio nitido e fulgidissimo dell'infinita bellezza di Dio Uno e Trino1.
1. «Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in te». La prima strofa del celebre inno mariano2 è composta da un versetto del Cantico dei Cantici, che fa parte di un brano dove viene descritta la bellezza della donna amata. Il testo inizia con l'esclamazione: «Come sei bella, amica mia, come sei bella!» (Ct 4,1), e si conclude con questa dichiarazione: «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia» (Ct 4,7). È appena il caso di ricordare che l'interpretazione in chiave allegorico-mariologica del poema biblico ha un'importanza notevole nella storia della mariologia, soprattutto per quanto attiene all'uso della simbolica sponsale3; questo procedimento ermeneutico raggiunge un tornante decisivo grazie all'abate benedettino Ruperto di Deutz (1075-1130), il quale, con l'opera «
In Cantica de Incarnatione Domini libri VII», inaugurava la serie dei Commenti al Cantico interamente composti in chiave mariana4.
«Tutta bella sei, o Maria: la colpa originale non ti ha sfiorata». La prima antifona con cui iniziano i Secondi Vespri della solennità dell'Immacolata Concezione invita a contemplare una bellezza che raffigura, plasticamente, la condizione di donna Piena di grazia e TuttaSanta; la donna vestita di sole evocata dal libro dell'Apocalisse (Ap 12,1) che riflette, in modo singolare, la santità di Dio Uno-Trino. «Bianca come la neve la tua veste; il tuo volto, come il sole» (terza antifona dei Secondi Vespri). È la santità di cui Dio ha ricolmato la beata Vergine Maria fin dal primo istante del suo concepimento, preservandola immune dal peccato originale e da ogni altro peccato, perché l'aveva prescelta «da sempre» ad essere Madre del suo Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo5. Così - riprendo le parole pronunciate dal servo di Dio Giovanni Paolo II durante l'omelia tenuta l'8 dicembre 2004 nella Basilica Vaticana -, «la "nuova Eva" ha beneficiato in modo singolare dell'opera di Cristo quale perfettissimo Mediatore e Redentore. Redenta per prima dal suo Figlio, partecipe in pienezza della sua santità, Essa è già ciò che tutta la Chiesa desidera e spera di essere. È l'icona escatologica della Chiesa. Per questo l'Immacolata, che segna "l'inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza" (Prefazio), precede sempre il popolo di Dio, nel pellegrinaggio della fede verso il Regno dei cieli (cfr.
Lumen  Gentium, 58; Enc. Redemptoris Mater, 2)»6.

2. La bellezza ineffabile della beata Vergine Maria riveste la forma e la forza di attrazione che provengono dalla sua maternità divina, unitamente al suo «sentire» materno e alla sua santità. Va pensata sia in relazione al fatto che lei partecipa in pienezza della grazia di cui il Figlio/Verbo incarnato è ricolmo (cfr. Gv 1,14), sia nell'ottica della piena armonia morale e spirituale che ne qualifica la personalità. Sotto questo profilo va letta, contestualmente, in chiave pneumatologica. Lo Spirito Santo, artefice di ogni bellezza creata, l'ha talmente ricolmata di amore verso Dio e verso il prossimo, da renderla la persona umana più somigliante e conforme al Signore Gesù, prototipo e modello dell'essere umano7.
La bellezza di cui parliamo è raffigurata dal «pellegrinaggio di fede» che Maria ha percorso durante la vita terrena, scandito dalla sua condizione singolare di madre amorevole, compagna generosa e discepola fedele del Signore Gesù, un «pellegrinaggio» mirabilmente riassunto nel capitolo VIII della
Lumen Gentium8, e delucidato poi ampiamente da Giovanni Paolo II nell'enciclica Redemptoris Mater. Questa bellezza, che assume i tratti delle sue virtù solide, evangeliche - riprese magistralmente da Paolo VI nell'esortazione apostolica Marialis cultus9, - è stata compenetrata anche dal dolore della compassione e dell'amore: pensiamo alla compassione amorosa e solidale per le necessità, le pene e le miserie delle tante persone che Maria ha incontrato - o conosciuto venendo a sapere quello che faceva Gesù nel corso della sua vita pubblica -, come pure alla compassione struggente per le sofferenze patite dal Figlio, culminate nella morte di croce.
Infine, la madre di Gesù è stata perfettamente trasfigurata e perfezionata dalla partecipazione alla gloria del Figlio Risorto e Asceso alla destra del Padre per il dono dell'assunzione in cielo. Glorificata in corpo ed anima, «è immagine e primizia della chiesa che sarà portata a compimento nel futuro, ma nel frattempo brilla quaggiù come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino, fino a quando arriverà il giorno del Signore (cfr. 2Pt 3,10)»10.
  In merito alle indicazioni appena date, il prefazio della Messa dedicata a
Maria Vergine Madre del bell'amore offre una sintesi degna di nota. La preghiera di lode e di ringraziamento rivolta a Dio, Padre onnipotente ed eterno, è così motivata: «Noi ti lodiamo e ti glorifichiamo per la bellezza ineffabile che splende nella beata Vergine Maria. Bella nella sua concezione, immune da ogni macchia di peccato e tutta avvolta nel fulgore della tua grazia. Bella nel parto verginale, in cui diede al mondo il Figlio, splendore della tua gloria, nostro fratello e salvatore. Bella nella passione del Cristo, imporporata dal suo sangue, come mite agnella unita al sacrificio del mitissimo agnello, insignita di una nuova missione materna. Bella nella risurrezione del Signore, con il quale regna gloriosa, partecipe del suo trionfo».

3. Dopo queste premesse, lo sguardo della mente e del cuore si rivolge ora all'evento dell'annunciazione (Lc 1,26-38). L'attenzione è richiamata immediatamente dal «nome nuovo» con cui l'angelo saluta la vergine Maria: «piena di grazia» (
kecharitoméne: Lc 1,28)11. É il nome datole da Dio, che denota lo stato in cui si trova davanti a Lui nel momento stesso in cui le viene rivelata la sua vocazione/missione12. La forma verbale - un participio perfetto passivo - sta ad indicare infatti il risultato di un intervento compiuto da Dio su di lei: Egli ha provveduto a colmarla, a riempirla di grazia. L'ha resa santa, tutta bella e amabile ai suoi occhi. Oggetto di un favore divino straordinario, di un amore del tutto speciale, Maria di Nazaret è invitata dall'angelo a gioire, ad esultare: questo è il senso esatto del verbo greco kaire.
Dio l'ha scelta, e, quindi, l'ha preparata ad accogliere e adempiere la missione alla quale ora la
«chiama». La missione è spiegata nell'intervento successivo con cui l'angelo risponde all'iniziale, comprensibile turbamento manifestato da Maria. L'intervento è introdotto da un ulteriore rimando all'atteggiamento amoroso e benevolo con cui Dio ha «guardato», da sempre, quest'umile donna di Nazaret: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Stavolta l'angelo si rivolge a lei  con il suo nome terreno, il nome con cui era conosciuta dai suoi familiari, dal suo sposo Giuseppe e dagli abitanti di Nazaret. Ma al contempo le svela che Dio l'ha inserita nel progetto salvifico, nella storia dell'alleanza che comporta la promessa fatta a Davide di una discendenza che non avrà fine, legata alla provenienza del Messia dalla sua stirpe. E la missione per la quale è stata scelta è diventare la madre del Messia. «Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,31-32).
Così, se il nome
Miryam  dice l'appartenenza dell'umile donna di Nazaret alla comunità umana e al popolo di Israele, il nome «Piena di grazia» ne palesa e suggerisce l'appartenenza a Dio, nel senso che Dio le si manifesta come il Signore che ha per lei una predilezione fuori dall'ordinario, in quanto l'ha chiamata a divenire madre del suo Figlio, mediatore della nuova alleanza. In un certo modo, già da questi due nomi si può intuire come lei sia, ad un tempo, la rappresentante del popolo eletto, «la figlia di Sion», e - dall'altra parte - la prima rappresentante del popolo della nuova alleanza, della Chiesa. In riferimento alla «figlia di Sion», l'evangelista Luca istituisce un raccordo tematico e letterario con alcuni testi dei profeti, soprattutto con Sof 3,14-17, che è probabilmente la fonte di Gioele (2,21-23.26-27) e di Zaccaria (2,14-15; 9,9): il profeta Sofonia si rivolge al popolo di Israele esortandolo ad attendere con fiducia la venuta del Messia, il quale porterà rinnovamento e felicità13.
Con il terzo ed ultimo intervento dell'angelo viene rivelata, oltre alla modalità verginale del concepimento del figlio - modalità che rinvia all'intervento decisivo dello Spirito Santo - anche la sua identità divina: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Il testo, assai denso dal punto di vista pneumatologico e cristologico, attesta che Maria è inserita pienamente nel mistero del Figlio di Dio Gesù Cristo in virtù dello Spirito Santo, tramite il dono della maternità verginale che costituisce il contenuto e la forma della «grazia» da lei ricevuta. Riflettendo sul saluto dell'angelo, sant'Ambrogio - del quale celebriamo oggi la memoria liturgica - afferma: «quel saluto era riservato unicamente a Maria, e bene a ragione lei sola è chiamata piena di grazia, perché lei sola ricevette la grazia, meritata da nessun'altra, di essere ripiena di colui, che è l'autore della grazia»14.
Da parte sua, Maria risponde: «Eccomi, sono la Serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Lei, la donna «Piena di Grazia», cioè «amata da Dio», attua la sua fede perfetta, la sua dipendenza radicale nei riguardi di Dio, come obbedienza libera, voluta, attiva; è obbedienza amorosa, è amore pienamente disponibile, aperto al dono di sé. Maria è pronta ad accogliere il dono che Dio Padre le fa per mezzo dello Spirito Santo: il  suo Figlio Unigenito, e lei lo accoglie nel cuore e nel corpo con ineffabile amore, a nome di tutta l'umanità.

4. Maria di Nazaret dà il proprio assenso alla volontà di Dio perché ha capito chiaramente, grazie alla sapienza che viene dallo Spirito, sia l'oggetto della volontà di Dio, sia come il disegno divino si sarebbe realizzato in lei. E se risponde all'angelo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38), lo fa con la piena consapevolezza di avere anche la capacità di attuare la propria obbedienza, essendo la donna umile, la cui vita è totalmente «fondata» su Dio. Infatti lei sa bene - come ha detto l'angelo in riferimento alla maternità della cugina Elisabetta, ritenuta da tutti sterile - che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Sono elementi che fanno comprendere ancora meglio l'effetto dell'intervento dello Spirito Santo in lei, ma, al contempo, fanno comprendere che Maria non avrebbe potuto rispondere ed obbedire come ha fatto, se non fosse stata perfettamente integra, innocente e santa fin dal primo istante del suo concepimento. Questa integrità, innocenza e santità sono l'altra faccia della sua libertà: in verità, Maria pronuncia il
fiat perché è perfettamente libera di volere e attuare ciò che Dio vuole! La sua grandezza sta nel fatto che l'Onnipotente ha compiuto «grandi cose»  in colei che è e resta la sua «umile serva» (cfrr. Lc 1,46-55).
«Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola di Dio, è diventata madre di Gesù; e abbracciando la volontà divina di salvezza con tutto il cuore e senza impedimento di alcun peccato, si è dedicata totalmente, quale serva del Signore, alla persona e all'opera del suo Figlio, mettendosi al servizio del mistero della redenzione sotto di lui e con lui, per la grazia di Dio onnipotente. A ragione dunque i santi padri ritengono che Dio non si è servito di Maria in modo puramente passivo, ma che ella ha cooperato alla salvezza umana nella libertà della sua fede e della sua obbedienza»15.
Così, nella pienezza del tempo (Gal 4,4) - quando si compie il tempo stabilito da Dio16 - il «sì» divino ed eterno del Verbo incontra il «sì» della Vergine Maria: lo incontra perché l'ha suscitato, anzi, si deve dire che il sì pronunciato da Maria si unisce al sì pronunciato dal Verbo/Figlio di Dio. Alla frase che la lettera agli Ebrei mette sulla bocca di Cristo: «…Un corpo mi hai preparato…ecco, io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà» (cfr. Eb 10, 1-10), corrispondono le parole con le quali Maria accetta la vocazione/missione che Dio le ha rivelato ed affidato (Lc 1,38). Pertanto, l'obbedienza è la base su cui si fonda la sua cooperazione all'evento dell'Incarnazione culminato nella Pasqua. Cooperazione preparata da Dio, voluta e suscitata da Lui, ma anche richiesta: cooperazione data in dono - lo stanno a dire la pienezza di grazia e il concepimento immacolato - ma anche attesa come risposta al dono, e quindi chiesta in dono17. Certamente, se l'evento dell'incarnazione si compie - come momento iniziale - nell'unione del Figlio/Verbo di Dio con la natura umana, insieme all'unzione dello Spirito, è evidente che quest'ultima va pensata come azione santificante che lo Spirito Santo attua in favore di Maria, in forza della presenza divinizzante in lei. Azione e presenza che consacrano Maria al servizio di Dio Padre, alla missione di diventare Madre del suo Figlio Unigenito, Salvatore del genere umano18.
«Nell'essere amata, nel ricevere il dono di Dio - insegna il Santo Padre Benedetto XVI - Maria è pienamente attiva perché accoglie con personale disponibilità l'onda dell'amore di Dio che si riversa in lei. Anche in questo ella è discepola perfetta del suo Figlio che, nell'obbedienza al Padre realizza interamente la propria libertà e proprio così esercita la libertà, obbedendo»19.
Sotto questo profilo, l'umile, fiduciosa e amorosa obbedienza di Maria è il riflesso nitido dell'amore onnipotente e salvifico di Dio, il quale fa grazia a quanti lo temono e «ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia» - sono le parole del
Magnificat (Lc 1,54) - inviando il Messia Salvatore, Gesù di Nazaret.  Questo dato, dalla forte valenza teologica, è attualizzato plasticamente con il racconto della visita a Elisabetta, che segue immediatamente a quello dell'annunciazione (Lc 1,39-56). Rifacendosi ancora una volta ad episodi e temi della storia di Israele, il terzo evangelista ricalca in questo caso il trasferimento dell'arca dell'alleanza a Gerusalemme compiuto da re Davide e narrato nel secondo libro di Samuele (2 Sam 6). Luca intravede in Maria, che porta nel suo grembo il Figlio di Dio, l'Arca santa della Nuovo Alleanza, la Dimora incorruttibile di Dio in mezzo al suo popolo20. Dal canto suo, Elisabetta gode la gioia comunicatale dalla presenza del suo Signore, presenza che le viene manifestata attraverso Maria, la quale, per la gravidanza in atto, vive quell'indicibile scambio di vita e di amore con il suo Figlio Gesù che la rende sempre più bella e attraente, agli occhi di Dio come agli occhi degli uomini.
Da qui nasce lo stupore che invade Elisabetta: stupore non tanto per aver ricevuto una visita inattesa, quanto piuttosto per l'esperienza che ha e che fa di una «presenza» che mai avrebbe potuto immaginare di ricevere in dono, quella del Messia Salvatore. «Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?"» (Lc 1, 41-44). Questo stupore appartiene al registro dell'esperienza estetica: nell'incontro con Maria e durante i tre mesi della permanenza di quest'ultima in casa sua, Elisabetta ha potuto sperimentare non solo l'umile servizio di carità che le ha reso la madre del suo Signore, ma anche il realizzarsi della bontà misericordiosa del Dio di Israele, in quanto è stata visitata da Colui che è la Luce del mondo (cfr. Lc 1,78; Gv 8,12).

5. Un ulteriore passo da compiere per indagare sull'esperienza estetica propria di Maria, comporta il porsi la domanda su come Lei è stata attratta dalla bellezza sublime e perfetta del Figlio Gesù Cristo, su come l'ha guardata, percepita e recepita, su come ne ha goduto nell'intimità del suo io personale, nel suo «cuore» e con i suoi «sentimenti». Certamente, come insegna il servo di Dio Giovanni Paolo II «la contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del  Figlio le appartiene a titolo speciale. È nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un'umana somiglianza che evoca un'intimità spirituale certo ancora più grande. Alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria»21.
Nella lettera apostolica
Rosarium Virginis Mariae si incontra un altro testo che contiene una considerazione molto appropriata per la trattazione che sto svolgendo. La preghiera del Rosario contribuisce ad accrescere l'intimità con il Signore Gesù: la vita cristiana è un cammino di conformazione crescente a Lui,  e conduce gradualmente ad avere un comportamento sempre più coerente ai suoi sentimenti (cfr. Fil 2,5). Per cui «nel percorso spirituale del Rosario, basato sulla contemplazione incessante - in compagnia di Maria - del volto di Cristo, questo ideale esigente di conformazione a Lui viene perseguito attraverso la via di una frequentazione che potremmo dire 'amicale'. Essa ci immette in modo naturale nella vita di Cristo e ci fa come 'respirare' i suoi sentimenti»22.
La considerazione su cui intendo soffermarmi riguarda appunto l'assimilazione e la condivisione dei «sentimenti» del Signore Gesù. Questo argomento meriterebbe un approfondimento attento e oculato, in quanto consente, a mio parere, di elaborare un approccio alla «Bellezza» che riveste il Signore Gesù - Bellezza luminosa, teandrica - capace di utilizzare al meglio, dal versante metodologico, quanto le narrazioni evangeliche dicono e trasmettono sulla «carità» verso il Padre e verso l'umanità sofferente e peccatrice da lui messa in atto nei giorni della sua vita terrena, carità che attesta in modo inequivocabile la Verità di cui è il Rivelatore. Sappiamo bene che questo è il «sentimento»  da cui derivano e verso cui convergono tutti gli altri. Pensiamo, soprattutto, alla profonda umiltà, connessa all'obbedienza, ma anche alla povertà, colma di generosità e di compassione per le necessità e le miserie dell'umanità; una povertà pervasa di gratitudine verso il Padre provvidente e misericordioso, coincidente in definitiva con lo spogliamento supremo della croce (cf. 2Cor 8,9). Abbiamo poi la smisurata compassione dimostrata verso chiunque era piagato dalla malattia e dal peccato, era emarginato e disprezzato, o era sotto il potere del diavolo. Approfondendo questa pista tematica, se ne contempla la commovente mitezza di cuore (Mt 11,29), la tenerezza, la gioia, la misericordia e la sensibilità affettiva esternate in molteplici occasioni: quando apriva il cuore al dolore umano per consolare e guarire perdonando i peccati, ridonando la salute, la libertà e la vita;  o quando godeva la familiarità del rapporto con i discepoli e gli amici23.
Ora, per quanto si riferisce all'argomentazione mariologica, si deve riconoscere che Maria è stata resa partecipe in modo del tutto singolare dei «sentimenti» vissuti dal suo Figlio Gesù, quei «sentimenti» che esercitavano una forte attrazione presso la gente e che lo rendevano bello e amabile agli occhi dei «poveri», degli umili, dei sofferenti, dei diseredati, di tutti coloro che hanno voluto accogliere, da lui e grazie a lui, il dono escatologico del Regno di Dio. Quale umile serva del Signore, madre ricolma d'amore e discepola fedele, Maria ha condiviso pienamente, in virtù dello Spirito Santo, i «sentimenti» del suo Figlio. Questa verità è stata richiamata da Paolo VI nell'esortazione apostolica
Signum magnum: «pieni di ammirazione, contempliamo Maria ferma nella fede, pronta all'obbedienza, semplice nell'umiltà, esultante nel magnificare il Signore, ardente nella carità, forte e costante nell'adempiere la sua missione fino all'olocausto di se stessa, in piena comunione di sentimenti col Figlio suo, che s'immolava sulla croce per donare agli uomini una vita nuova»24.
Alla luce di quanto ho premesso, faccio ora qualche considerazione sulla comunione di Maria con il Figlio Gesù relativa al sentimento della «compassione».
A Cana di Galilea, in occasione di uno sposalizio, «c'era la madre di Gesù» (Gv 2,1). Nella
Lumen Gentium si legge: «mossa a compassione, ottenne con la sua intercessione che il Messia Gesù desse inizio ai suoi miracoli»25. Se Gesù accetta di compiere il miracolo, lo fa - credo - anche perché ha saputo guardare alla necessità improvvisa in cui si erano venuti a trovare gli sposi con la sensibilità, tipicamente femminile e materna, di colei che non sa, e non vuole rinunciare al proposito di provvedere, per colmare un «vuoto» che, altrimenti, nessuno avrebbe potuto colmare. E Gesù disse ai servi: «Riempite d'acqua le giare; e le riempirono fino all'orlo» (Gv 2,7).
Nel
Magnificat troviamo due espressioni su cui conviene soffermarsi: «ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia...» (Lc 1,53-54). Sono parole che, a mio parere, possono farci intuire la reazione, colma di gratitudine verso Dio, con cui Maria accoglieva le notizie circa la missione salvifica attuata da Gesù, le sue opere e le sue parole ricolme della misericordia divina. Se, come racconta per esempio l'evangelista Matteo, la folla glorificava il Dio di Israele, presa dallo stupore per i miracoli cui aveva assistito (Mt 15, 31), Maria era certamente colei che lo glorificava molto di più, per il fatto che il suo Figlio Gesù - mosso da una incommensurabile compassione - non solo restituiva a tante persone la bellezza primordiale deformata dalla malattia, dal dolore, dal peccato, ma infondeva in loro anche il seme di quella bellezza incorruttibile ed escatologica che donerà, in pienezza, per la potenza dello Spirito Santo, quando «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,21).
Infine, nell'ora tragica e gloriosa della passione, Maria si trova a stare «presso la croce» insieme ad altre donne e al discepolo che Gesù amava, strettamente unita al Figlio crocifisso (cfr. Gv 19, 25). Lei, la donna veramente sapiente, ora comunica al Figlio tutto il suo amore straziato dal dolore; nessuna creatura umana saprà mai avere «compassione» di lui come l'ha avuta lei, «l'alma madre del Redentore divino, l'associata singolare e più di ogni altro generosa, e l'umile serva del Signore»26. Lei ha condiviso l'incommensurabile dolore redentore e salvifico patito da Gesù per amore del genere umano, e questa esperienza fuori dell'ordinario è stata per lei come un «martirio», in cui viene a sfociare e a concludersi la sua peregrinazione nella fede;  un «martirio che l'ha legata ancora di più a lui, grazie allo Spirito Santo27. Da parte sua, Gesù morente sulla croce sperimenta e «sente» anche il dolore provato dalla madre - come pure il dolore provato dalle altre donne e dal discepolo prediletto - e lo «assume», lo prende su di sé, mentre, sostenuto dallo Spirito Santo, sta consumando l'offerta sacrificale ed amorosa di sé al Padre per la salvezza del mondo (cfr. Eb 9,14). Il supremo atto redentore e salvifico che sta compiendo genera la vita: egli affida alla Madre una nuova missione, la maternità spirituale nei confronti di tutti gli uomini, e specialmente dei suoi discepoli. «Gesù, allora, vedendo la madre e lì accanto il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,26-27)28. In proposito, il Santo Padre Benedetto XVI insegna: «Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l'immagine dell'Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l'amore, è una vera immagine dell'Immacolata. Il suo cuore, mediante l'essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza»29.

6. La riflessione sulla Vergine Maria, considerata e contemplata nel contesto del mistero di Cristo e della Chiesa - è questa l'impostazione dettata autorevolmente dal capitolo VIII della costituzione dogmatica
Lumen Gentium  -  ha il compito, in fin dei conti, di rinsaldare la speranza nell'amore di Dio e nella sua opera di salvezza, soprattutto in un periodo così difficile, carico di angosce e preoccupazioni, qual è quello che stiamo vivendo. Al riguardo, vorrei ricordare quanto scriveva Paolo VI a conclusione dell'esortazione Marialis cultus: «La Chiesa Cattolica, basandosi sull'esperienza di secoli, riconosce nella devozione alla Vergine un aiuto potente per l'uomo in cammino verso la conquista della sua pienezza. Ella, la Donna nuova, è accanto a Cristo, l'Uomo nuovo, nel cui mistero solamente trova vera luce il mistero dell'uomo, e vi è come pegno e garanzia che in una pura creatura, cioè in lei, si è già avverato il progetto di Dio, in Cristo, per la salvezza di tutto l'uomo. All'uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l'angoscia e la speranza…la beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella Città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull'angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte»30.
Questo testo, che conserva una sorprendente attualità, dà la misura di come la beata Vergine Maria, la
Tota pulchra, sia segno di consolazione, di incoraggiamento e di speranza. C'è una bellezza, quella irradiata dalla  sua santità, di cui si può godere, che contribuisce a rinnovare la vita dei credenti, nella misura in cui si procede nella imitazione delle sue virtù, una imitazione che rende più amabile la sequela del Signore Gesù Cristo. La sua santità si racchiude, in fin dei conti, in quiesta descrizione sintetica offerta dal Santo Padre Benedetto XVI nelle pagine conclusive dell'enciclica Deus caritas est: «Maria è una donna che ama. Come potrebbe essere diversamente? In quanto credente che nella fede pensa con i pensieri di Dio e vuole con la volontà di Dio, ella non può essere che una donna che ama» (n. 41).

NOTE

1 Per una visione d'insieme rinvio a V. Battaglia, «La "via pulchritudinis" in mariologia»,
Culture e fede 14/1 (2006) 45-56; G. Mura (a cura di), La via della bellezza. Cammino di evangelizzazione e dialogo, Urbaniana University Press-Pontificium Consilium de Cultura, Città del Vaticano 2006.
2 Cfr. G.M. Lechner, «Tota pulchra»,
Marienlexikon. 6, 456-458.
3 Un percorso tematico sintetico è offerto da C. Militello, «L'incarnazione come evento nuziale. Alcune riflessioni a margine del mistero di Maria nel suo rapporto al mistero della Chiesa», C. Dotolo e C. Militello (a cura di), 
Concepito di Spirito Santo, nato dalla Vergine Maria, EDB, Bologna 2006, 71-93. Cfr. anche V. Battaglia, Il Signore Gesù Sposo della Chiesa. Cristologia e contemplazione 2, EDB, Bologna 2001, 67-83.
4  Cfr. L. Gambero (a cura di),
Testi mariani del secondo millennio. 3. Autori medievali dell'Occidente. Secoli XI-XII, Città Nuova, Roma 1996, 125-140.
5 Sulla storia del dogma dell'Immacolata Concezione e sul dibattito teologico contemporaneo rinvio ad alcune pubblicazioni recenti: E. M. Toniolo (a cura di),
Il dogma dell'Immacolata concezione di Maria. Problemi attuali e tentativi di ricomprensione, Marianum, Roma 2004; S. Cecchin, L'Immacolata Concezione. Breve storia del dogma, Pontificia Academia Mariana Internationalis, Città del Vaticano 2003; S. Cecchin (a cura di), La "Scuola Francescana" e l'Immacolata Concezione, Pontificia Academia Mariana Internationalis, Città del Vaticano 2005.
6
L'Osservatore Romano, 9-10 dicembre 2004, pag. 6.
7 Questa verità di fede rinvia alla lettura cristologica e cristocentrica dell'antropologia teologica: cfr. per esempio, V. Battaglia,
Cristologia e contemplazione. Orientamenti generali, EDB, Bologna 1998, 89-116; F. G. Brambilla, Antropologia teologica, Queriniana, Brescia 2005; G. Iammarrone, Gesù Cristo volto del Padre e modello dell'uomo. L'apporto della visione francescana, Edizioni Messaggero, Padova 2004.
8 Si vedano soprattutto i  nn. 55-59: EV 1/429-433.
9 Cfr. MC 57: EV 5/93.
10 LG 68: EV 1/444.
11 Nel trattare questo argomento tengo presente l'insegnamento contenuto in RM 7-9: EV 10/ 1287-1296.
12 Nel brano lucano sono presenti due generi letterari: l'annuncio di una nascita prodigiosa e il racconto di vocazione - missione. Per uno studio complessivo segnalo il fascicolo «L'annuncio a Maria»,
Theotokos 4 (1996) n.2. Si veda inoltre S. Perrella, Maria Vergine e Madre.La verginità feconda di Maria tra fede, storia e teologia, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2003, 84-93.   
13 Cfr. A. Serra,
La donna dell'Alleanza. Prefigurazioni di Maria nell'Antico Testamento, Edizioni Messaggero, Padova 2006, 175-220.
14
Esposizione sul vangelo secondo Luca, 2,9: G. Gharib - E.M. Toniolo - L. Gambero - G. Di Nola (a cura di), Testi mariani del primo millennio. 3. Padri e altri autori latini Città Nuova, Roma 1990, 180.
15 LG 56: EV 1/430.
16 La frase «quando venne la pienezza del tempo» sottolinea il carattere storico-escatologico dell'Incarnazione, che avviene in un punto preciso della storia umana, e il suo valore messianico: M. Buscemi,
Lettera ai Galati. Commento esegetico, Franciscan Printing Press, Jerusalem 2004, 365 - 399 (388).
17 Cfr. LG 56: EV 1/430.
18 Su questo aspetto penumatologico, da inquadrare sempre nel contesto della dottrina trinitaria, rinvio ai contributi di M. Bordoni,
La cristologia nell'orizzonte dello Spirito, Queriniana, Brescia 1995, 201-230;  M. Ponce Cuellar, «Opus solius gratiae: la concepción inmaculada de María don absoluto de Dios, obra de toda la Trinidad», in Il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria, 309-338.
19 Omelia tenuta durante la solenne concelebrazione eucaristica del 25 marzo 2006 (
L'Osservatore Romano, 26 marzo 2006, pag.4).
20 Cfr. A. Serra,
La donna dell'Alleanza. Prefigurazioni di Maria nell'Antico Testamento, 158-174.
21 RVM 10: EV 21/1181.
22 RVM
15: EV 21/1191.
23 Cfr. V. Battaglia, «I "sentimenti" del Signore Gesù. Un modello cristologico per la vita spirituale e l'agire morale», 
Antonianum 81 (2006) 209-255.
24
Signum magnum, I, 6: EV 2/1184.
25 LG 58: EV 1/432.
26 LG 61: EV 1/435.
27 Collegando insieme Fil 2,5 e Lc 2,35 san Bonaventura scrive: «Mira enim et incredibili compassione atque nostris verbis inexplicabili sermone, dolores, plagas et opprobria Filii in se retorquens, in suam propriam personam recipiebat,
sentiens quod et in Cristo Iesu. Magna enim illi martyri commartyr astabat, vulnerato convulnerata, crucifixo confixa, gladio congladiata, nam suam ipsius animam pertransivit gladius passionis Christi» (Sermones dominicales, 7, 9). Cfr. E. Mariani e J. G. Bougerol (a cura di), Opere di San Bonaventura. X. Sermoni domenicali, Città Nuova, Roma 1992, 108-110.
28 La nuova maternità di Maria «è frutto del "nuovo" amore, che maturò in lei definitivamente ai piedi della Croce, mediante la sua partecipazione all'amore redentivo del Figlio» (RM 23: EV 10/1336).
29 Omelia per la solennità dell'Immacolata Concezione, nel 40° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II:
L'Osservatore Romano, 9-10 dicembre 2005, pag. 5.
30 MC 57: EV 5/94.

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